Una bella differenza

Di Ugo Morelli


Hic et Nunc

Sulla giustizia sociale e, quindi, su una delle ingiustizie più evidenti qual è quella delle disuguaglianze uomo donna, cosa fa la politica? Nel senso più pieno del termine dovrebbe essere la politica, intesa come progetto e invenzione, ma anche come contenimento e elaborazione delle tendenze peggiori di noi esseri umani, a intervenire a favore dell’uguaglianza e della valorizzazione delle differenze di genere. Oggi però non lo fa. E intanto il Ministero delle pari opportunità è diventato Ministero della famiglia e non Ministero per la valorizzazione delle differenze. Non tira una bella aria per tutto quello che riguarda l’emancipazione dei diritti civili e quest’anno l’otto marzo assume un significato di particolare valore: ricostruire il valore delle differenze ponendo al centro quelle di genere. Non si tratta tanto di concentrarsi solo sul rapporto tra fini e mezzi. Certo, ci sono palesi e inaccettabili ingiustizie nel trattamento economico del lavoro femminile rispetto a quello maschile, a parità di condizioni, ad esempio. C’è di più, però. In gioco è l’idea stessa di mondo giusto in cui tutte le persone sono rispettate. Rischiare di perdere la ricerca, l’aspettativa, la realizzazione seppur parziale di un mondo giusto, vuol dire ledere una delle essenze principali del legame sociale e della civiltà. Superare la soglia della messa in discussione del mondo giusto con le parole e con i fatti, vuol dire avviarsi per una china molto pericolosa. Perché porta alla prospettiva che “solo uno può vivere”, ed è chi è uguale a me e la pensa come me. Il potere diventa dominio del più forte e non servizio. Vengono in mente Caino e Abele, dove solo uno può sopravvivere. Sebbene si possa comprendere come individualmente o collettivamente si giunga ad essere soggetti alla fantasia dell’esclusione delle differenze nei momenti di paura o perché quelle differenze non siamo in grado di comprenderle, le conseguenze che ne derivano dovrebbero farci riflettere. Cosa perdiamo? Quando ci organizziamo sull’ingiustizia e l’esclusione e sulla fantasia che un solo modello, quello maschile, può vivere, creiamo una struttura di comportamento dominante e non sembra esserci alternativa a quella di dominare, appunto, o essere dominati, o, purtroppo, dell’uccidere o essere uccise, come spesso accade nel dominio degli uomini sulle donne. Allora la via da ricercare è quella della responsività reciproca, che porta a riconoscere l’altra in sé e se stesso nell’altra, e vale per ogni differenza e non solo per le differenze di genere. Sulla base di una responsività reciproca il tuo atteggiamento e il tuo comportamento fanno sì che l’altro esista per te in quanto soggetto e che tu stesso esista grazie al suo riconoscimento. È il fatto di essere riconosciuti ed essere nelle aspettative dell’altro che costituisce la base del legame e della giustizia interpersonale e sociale. Una strada tutta da percorrere nelle relazioni di genere.