Estinzioni: storie di catastrofi ed altre opportunità

Di Ugo Morelli.


Hic et Nunc


Ci si sente piccoli, ma proprio piccoli, dopo aver visitato la mostra Estinzioni al Muse, Museo delle scienze di Trento. Magari quel sentimento fosse capace di lavorare in noi. Magari ci inducesse a riflettere su quello che la nostra specie sta facendo per concorrere a causare la crisi ecologica che stiamo vivendo. Ci si sente piccoli nella lunga durata del tempo profondo, ma anche di fronte agli eventi catastrofici a cui sono associate le sei estinzioni che la mostra documenta. Eventi più grandi di noi che hanno causato alterazioni dell’atmosfera, rapidi cambiamenti climatici e stress ecologici. Dalla probabile collisione di un meteorite di dieci chilometri di diametro con la Terra alla velocità di quaranta chilometri al secondo, di cui c’è traccia in un cratere dello Yucatan, e che sembra alla base della quinta estinzione, quella più nota, che provocò la fine dei dinosauri, alla terza estinzione, quella del Permiano-Triassico in cui scomparvero circa il novantasei per cento delle specie animali marine e il settantacinque per cento dei vertebrati terrestri, passando per la prima, la seconda e la quarta, la mostra documenta la bellezza e la fragilità della vita sul pianeta che ci ospita. Ma la più intensa esperienza di sentirsi piccoli la facciamo proprio di fronte alla sesta estinzione, quella in corso, e alle situazioni che derivano e sono causate in buona misura dal nostro sentirci grandi, troppo grandi e superiori, come esseri umani. Proprio quella presunta grandezza, infatti, nell’era che definiamo Antropocene, quella attuale, caratterizzata dal pervasivo dominio della nostra specie sul pianeta Terra, ci fa sentire piccoli per il modo in cui irresponsabilmente incidiamo negli equilibri terrestri e stiamo mettendo a rischio la nostra stessa sopravvivenza. Riusciremo a utilizzare la nostra distinzione di specie per trovare le vie di una coevoluzione appropriata col sistema vivente di cui siamo parte? Questa è la domanda che ci si porta con sé nel corso della visita alla mostra. Il progetto espositivo nasce da un importante lavoro di ricerca e selezione dei più significativi reperti originali di vertebrati estinti provenienti da molti musei: dallo scheletro di un grande dinosauro che accoglie il pubblico all’ingresso del Muse, al celebre cranio di Homo neanderthalensis “Guattari I”, il meglio preservato nel nostro paese. Il percorso interattivo e multimediale della mostra consente di conoscere aspetti originali e di fare approfondimenti particolarmente importanti, fino a sostenere la possibilità di mettere in relazione la paleoantropologia con gli studi sul comportamento umano e con l’economia, per evidenziare i rischi e i pericoli con cui dobbiamo fare i conti, osservando anche le affinità tra i grandi eventi del passato e l’epoca che stiamo vivendo. Emerge così che il vincolo catastrofico delle estinzioni sta nella scomparsa delle specie. Quello della sesta estinzione in particolare riguarda il fatto che coinvolge oggi anche molte specie carismatiche che abbiamo conosciuto nel corso delle nostre vite. Certo un’estinzione ha liberato anche opportunità per le specie che non si estinguono e come sostiene Massimo Bernardi, uno dei curatori della mostra insieme a Michele Menegon, Alessandra Pallaveri e Telmo Pievani, “non vogliamo essere catastrofisti, ma ricordare che dopo le grandi estinzioni la vita si è ripresa. I momenti di crisi coincidono con grandi opportunità. Gli organismi che sono sopravvissuti si sono trovati in un mondo nuovo, diverso, in cui i loro adattamenti, le loro evoluzioni adattative sono tornati utili”. Oggi la responsabilità di una nuova estinzione dipende largamente da noi, dalla nostra specie e dai nostri comportamenti. L’attenzione della mostra si rivolge anche all’evoluzione linguistica e culturale e consente di osservare non solo il valore della biodiversità, ma anche quello delle diversità linguistiche, mettendo in evidenza lo straordinario patrimonio che le differenze che generano differenze costituisce per noi e per tutto il sistema vivente, essendo probabilmente uno dei principali tratti distintivi e caratterizzanti della vita stessa. Può quell’uomo che siamo e che si sente piccolo di fronte alle estinzioni di massa fare qualcosa per contrastare la sesta estinzione? Con questa domanda si esce dalla mostra e si riconosce quale può essere il grande valore di un museo che ci permette di misurarci concretamente con una delle questioni più rilevanti, forse la più importante, con cui oggi la nostra specie deve fare i conti. La sensazione è che possiamo fare molto ma bisogna rimboccarsi le maniche e prendere sul serio le questioni che la mostra solleva, traducendole in azioni, scelte e comportamenti concreti.